Misurare le performance della leadership aziendale. È solo una questione di profitti?

Alla fine del 2014 l’Harvard Business Review ha aggiornato la propria classifica dei migliori 100 CEO al mondo.

Si tratta di una selezione molto rigorosa, basata sulle performance economiche raggiunte negli anni precedenti dagli amministratori delegati delle più importanti realtà mondiali.

Gli aspetti finanziari, più facilmente misurabili, sono quelli presi in considerazione dallo studio, ma sono sufficienti a definire la qualità nella leadership di un manager?

Nel 2015, probabilmente, non più. La stessa HBR ne è consapevole, e propone un altro set dai quali è possibile (a fronte di dati sufficienti) costruire una classifica di qualità. Ciò è anche all’origine di un approfondimento sul tema, pubblicato sullo stesso sito web.

Prendendo spunto da queste  indagini desideriamo proporvi, in due post distinti, alcuni focus di riflessione sulle performance di un CEO, quelle “tradizionali” prima, e quelle più innovative poi, analizzando infine le possibili correlazioni tra le due.

Innanzitutto, chi è il miglior CEO?

Lo scettro va a Jeff Bezos, che occupava la seconda posizione nell’ultima rilevazione. Il CEO – nonché fondatore – di Amazon precede John Martin di Gilead Sciences e John Chambers di Cisco Systems. Interessante notare come ben 4 delle prime 10 posizioni siano occupate da aziende del settore farmaceutico e biomedico.

Bezos ha fondato Amazon nel 1996, trasformandola da semplice libreria digitale a leader mondiale dell’eCommerce.

L’azienda ha visto crescere il valore delle proprie azioni del 15.189%, e la capitalizzazione di 140 miliardi di dollari.

Ciò nonostante di una politica di continuo reinvestimento degli utili in nuovi progetti, che ha più volte fatto storcere il naso ai mercati azionari, causando perfino dei trimestri in perdita nonostante il continuo aumento del fatturato.

La creazione di valore nel lungo periodo

Proprio su questo punto, nel 2013 Bezos intervenne attraverso una lunga lettera indirizzata agli shareholders. Il CEO di Amazon si rivolse loro chiedendo di puntare ancora sulla società:

Guardate le cose a lunga scadenza. Gli interessi dei clienti e degli azionisti coincideranno

Proprio sulla “lunga scadenza” si concentrano anche i ricercatori dell’HBR, visto che l’asse temporale è sempre tenuto in considerazione nella loro indagine. I CEO analizzati sono in carica da almeno 2 anni, e il 37% da almeno 7, il 31% da più di 12 e il 14% oltre i 17.

Il lavoro di qualità paga

HBR cerca anche di fare i conti in tasca ai manager, calcolandone i guadagni nel periodo in carica. Si scopre così che

  • i migliori 100 CEO del mondo guadagnano in media il 20% in più rispetto alla media dei top 500
  • questi ultimi guadagnano in media 10,1 milioni di dollari l’anno, per la prima volta sfondando il tetto delle 10 cifre
  • gli AD che lavorano per aziende degli States percepiscono un salario mediamente doppio rispetto a quelli europei, che a loro volta surclassano il resto del mondo
  • il miglior CEO non è quello meglio pagato. Robert Iger di Disney, primo, guadagna oltre 34 milioni di dollari nonostante sia solo 60° in classifica.
  • Jeff Bezos, al contrario, è terzultimo, con un “ma”, costituito dal possesso del 18% di azioni Amazon. Ciò comporta che ogni volta che i suoi titoli aumentano il valore di 1 dollaro, Bezos diventa più ricco di 84 milioni di dollari. Un buon compromesso!

L’importanza della formazione executive

La sfida della gestione di una grande azienda è più semplice quando si dispone di strumenti e conoscenze adeguate.

Probabilmente per questo, più di un quarto dei migliori CEO al mondo ha aggiunto alla laurea un MBA.

Escluso Jeff Bezos, nella top 5 tutti gli altri possono vantare nel proprio curriculum un supplemento di formazione di alto livello.

Una laurea in ingegneria è spesso un plus

Qual è la migliore laurea per guidare un’azienda? Secondo l’indagine HBR, quella in ingegneria. Sono ben 24 ad averla conseguita, di cui 8 hanno proseguito il proprio percorso di studi con un MBA.

Gli ingegneri vanno forte, come naturale, nelle aziende a forte impronta tecnologica, ma non è raro trovarne anche in altri settori di mercato.

È un titolo di studio che garantisce un approccio pragmatico ed efficiente, basato sul creare qualcosa in grado di funzionare al meglio, sia esso un macchinario o un’azienda.

La loro mentalità analitica e orientata al problem solving è molto apprezzata dalle aziende, soprattutto quando è necessario prendere decisioni rischiose.

Per questo, tra le altre cose, gli ingegneri vengono spesso nominati a capo delle aziende anche quando non vi hanno fatto gavetta all’interno.

Alcuni fattori demografici

Dall’indagine HBR emerge inoltre che l’età media sia di 57 anni, che la nazionalità di provenienza sia prevalentemente quella statunitense, e che si tenda a scegliere un CEO dello stesso paese dell’azienda.

In 13 casi, però, la nazionalità dell’azienda e del suo manager in capo sono differenti.

A rappresentare il tricolore ci sono l’AD di Tenaris Paolo Rocca, 21°, e Fabrizio Freda di Estée Lauder all’81° posto.

E le donne CEO?

Nonostante diversi studi abbiano sottolineato le qualità femminili nel management delle aziende, nella classifica dell’HBR sono solo due le donne presenti. Si tratta di Debra Cafaro (Ventas, 27°) e Carol Meyrowitz (TJX, 51°).

Quali ritieni siano i dati più interessanti di questo report? E quali potrebbero essere i fattori non economici migliori per valutare le performance dei manager?

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(2) commenti

  1. Certamente dati utili in una realtà economica dove il 90% e più percento delle aziende sono micro e piccolissime realtà!

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